ELOGIO DELL’ABERRAZIONE E ALTRE PICCOLE INFAMIE di Francesco Permunian (Ponte alle Grazie)

“Elogio dell’aberrazione e altre piccole infamie “di Francesco Permunian (Ponte alle Grazie)

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Le aberrazioni di Permunian tra verità e poesia            

di Salvo Sequenzia

La gualdrappa che Francesco Permunian istoria nel suo Elogio dell’aberrazione e altre piccole infamie (Ponte alle Grazie, 2022, pp. 208) è di tela antica; inanella sconce figure che muovono come una processione purgatoriale verso l’insensato. Intessuta d’oro e olezzante di sterco, assomiglia a certe gualdrappe disegnate da Johann Paul Schor, il pittore dei Farnese che nella Roma barocca intramava le sue «istorie» su arazzi, tappeti e macchine effimere, distillato altissimo di sacro e profano, di  gaudio e solennità austera, di  esuberanza popolare e caos della trasgressione. Elogio dell’aberrazione, «novella fabula milesia», è un raffinato e bizzarro arazzo che racconta la Comédie humaine di  un ‘mondo alla rovescia’ nel quale è avvenuta la «trasmutazione di tutti i valori».
Protagonista delle pagine vorticose e irriverenti  del romanzo è il popolo della piccola borghesia occhiuta  che vive accampata sulle opulente rive del Garda. Tra agi e mediocrità questo brulicante  formicaio coltiva perversioni di ogni sorta. A declamare il catalogo delle amenità con cui si trastulla questa cattolicissima umanità godereccia è Tito Maria Imperiale, protagonista del romanzo, el sior Titin, arbiter libidinum e sovrano lillipuziano  di un regno obscaenus che sembra essere uscito fuori da una tavola di Bosch. Titin, insieme alla sua consorte vogliosa e fedifraga, è dedito a una Grand Œuvre alchimique in grado di trasformare ogni aberrazione in sublime piacere: dalla «petomanzia» alla coprofagia il catalogo delle parafilie si dispiega in tutta la sua inesauribile potenza travolgendo e mettendo sottosopra la vita di casalinghe smaniose, di preti invertiti e di monache smonacate con il vizio dell’esibizionismo.
Le creature delle storie di Permunian sono «fantasime» di un Pentamerone lacustre e licenzioso  che sanno «di non essere fatte di carne e d’ossa, come noi miseri mortali, ma di possedere l’incorruttibile e volatile consistenza dei sogni fatti all’alba».
Titin, autorevole «vicecapocronista» dell’«Eco del Garda», cornificato dalla moglie e denigrato da famigliari e sodali, è il signore assoluto di questa cloaca maxima. Poteva «diventare un gigante della letteratura»; invece, è rimasto un «nano della cronaca giornalistica», relegato a «vivere nel pantano della provincia per occuparsi di puttane e di avanzi di galera». Nel pantano del mondo Titin ci sguazza alla grande, insieme ai suoi gregari. Slargano e slabbrano lo stretto catino gardesiano sino a farci entrare di tutto. E lo scrittore, gran Mangiafoco di un teatro di burattini ripescati da un inferno di provincia, si fa supremo Artifex e regista di sortilegi e di imposture in una messa in scena di immonda caricatura che si consegna ai lettori nella parodia di una cantica infernale con i suoi  «Gironi del Sangue e delle Manie» e con il suo esilarante «Girone della Merda con relativo festival delle flatulenze».
La scrittura di Permunian è serpigna e ferrosa; avvolge tra le sue torte spire il lettore. Lo stringe e lo scuote, lo graffia, cinica e sbeffeggiante come la coda dei diavoli di Coppo di Marcovaldo al Battistero di Firenze. I suoi incunaboli si individuano  lungo quella «funzione Gadda» indagata da Gianfranco Contini nella memorabile  ricognizione sui testi della lirica comico giullaresca e sull’opera degli scrittori lombardi, da Manzoni a Gadda.
I «certamina corporalia» della gaudente comunità lacustre diventano materia cinematografica nel progetto di docudrama  concepito da Odino dell’Onda, che vuole ‘risciacquare’ in Garda Salò o le 120 giornate di Sodoma usando come additivi il fascismo ruspante e la rinomata erotomachia locale per finalità turistiche e commerciali. Così, la pasoliniana ‘mutazione antropologica’ si compie e si invera in una trovata commerciale dello strampalato regista della domenica e nel regesto delle ‘imprese’ del casting, mentre la tragedia di un’epoca ha la sua catastrophe’  nel  cachinno disinibito e sguaiato.
Pasolini ritorna in figura nei due ritratti di Luca Del Baldo che chiudono il capitolo quinto, Sulle ceneri di Salò. Il primo,  Pasolini/Morgue, dipinto nel 2010, viene trasformato in grottesco fondale per il Girone del Sangue; mentre nel secondo, Pasolini /Alfa Romeo GT Veloce 2000, il poeta di Casarsa viene rappresentato come proto-tipo o «figura futurorum» o anticipazione della ‘mutazione antropologica’ teorizzata nei suoi scritti. I due dipinti si offrono agli occhi del lettore come  un dittico che esplicita quell’aberrazione di cui  il testo costituisce l’Elogio secondo il modus della retorica antica che ha nel Moriae encomium erasmiano – testo ‘cifrato’ nel romanzo di Permunian – una delle sue somme espressioni.
Il campionario di umanità che Permunian ostende è vario e bizzarro, e si declina in metafora e in specchio dei tempi. La ‘mutazione antropologica’ si dà nella fragorosa adunata di donne presidenti di consultori, «femministe di giorno e masochiste di notte»; di prostitute  e di  vecchi che un demone interiore spinge a «ripulire il paese da pervertiti, lesbiche e froci»:  come la professoressa di latino e greco o come nonno Augusto, che a Titin si rivolgeva «con un fare da catechista inquisitorio». O come il «vecchio maiale pedofilo» don Marcel, sparito «inaspettatamente dal paese», in quanto scannato, impastato e addolcito con burro e cacao dando vita alla «torta marcellina» da Tamarindo Del Pirón, «chef specializzato in carni suine», nonché fratello di Ofelia, «una psicopatica dalla sessualità così disturbata da eccitarsi non appena metteva piede dentro un cesso», col quale Tito dà vita a sfrenate danze coprofagiche durante il matrimonio; salvo lasciarlo per il proprietario di una ditta di spurghi condominiali. Sublime è il ritratto di suor Juanita de la Pegna, della quale, incinta, Titin si libera «scaraventandola fuori da una finestra dell’hotel Majestic», e che ritrova anni dopo nelle vesti «di Mama Juana della Santissima Grondaia in ricordo, probabilmente, del suo miracoloso salvataggio», aggrappandosi, appunto, a una grondaia.
Ogni civiltà coltiva un proprio senso del sublime – ammicca Permunian – dalla cui sommità è assai improbabile intravedere la fine. L’apoteosi flatulenta è degna delle migliori pagine della Commedia dell’arte e si inoltra lungo il crinale della Belle Epoque in un dialogo a distanza con personaggi strambi come Joseph Pujol, il «Paganini del peto» cui un indimenticabile Ugo Tognazzi prestò il volto nel 1983 per la realizzazione di un film; o con certi personaggi, brutti e cattivi, protagonisti indimenticati dei film di Salce e Monicelli.  Ma, si sa,  la «petomanzia», la gran flatulenza che nel romanzo di Permunian  scoperchia la pentola del mondo e fa traboccare il liquore della follia, è ascritta al mito, e si addice  al dio dei venti Eolo, ai suoi otri scaturigine di ogni soffio e flatulenza. Titin, scrittore fallito, si trasfigura nel dio dal ventoso portento, in un Margutte che ingrassa e ingravida la «novella fabula milesia» propiziando contaminazioni e ibridazioni, dalla saga popolare di costume al metaromanzo, dal comico di tradizione giullaresca alla ‘linea angioina’ boccacciana del Filocolo e del Filostrato. Dietro Titin si nasconde Alessio Interminelli, l’adulatore immerso nella merda che Dante incontra nel XVIII dell’Inferno, che  mostra al Poeta «quella sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose» (vv. 130-133). Ma Titin è anche Barbariccia, il diavolo alla testa della «fiera compagnia» che Dante scorge sulla balza del girone dei barattieri, nel XX dell’Inferno, che risponde loro scorreggiando: «ed elli avea del cul fatto trombetta» (v. 139). Rovistando tra i «minugia» e i «corata» danteschi, la sola interiorità che Permunian rinviene nel piccolo mondo antico che egli racconta è quella relegata ‘in interiore homine, nelle segrete  ‘interiora’ dell’uomo,  in una rigurgitante e tentacolare materia puteolente sulla quale lo scrittore getta il suo occhio, ‘eviscerando’ un «mundo por de dentro»  continuamente ibridato di immagini e di sensi, percettivi e semantici, da poter indagare con la conoscenza e con il raziocinio, ma, soprattutto, da desiderare in preda al delirio, da stringere con le mani della mente e da penetrare come un caos magmatico. Il «mondo senza maschera» di Permunian è il mondo après le déluge del cinema americano indipendente di Harmony Korine (Gummo 1997), delle tele di Lucian Freud, dei romanzi distopici di Christoph Ransmayr e di Mircea Cărtărescu: un mondo dove il disastro è già avvenuto e dove l’umanità fa i conti con il suo ‘rovesciamento’. Permunian si fa largo tra le pieghe di questo mondo raccontandolo con uno stile lucidamente estremo, spiazzante e anti-narrativo passando al vaglio una galleria di atrocità, di freaks grotteschi, di psicologie borderline e di personaggi sistematicamente dediti all’eccesso sullo sfondo di un’Italia gretta e bigotta, periferica  nella sua abiezione e nella sua ipocrisia.
Scrittore visionario e incantatore in Elogio dell’aberrazione Permunian si rivela abile intrecciatore di storie e di destini. Raccontare è rendere conto dell’incessante deformazione del reale dentro quel  gaddiano «polipaio di relazioni» che è la vita. Gli elementi formali e i toni stilistici sostengono e virano l’impeto narrativo in un’alternanza contrastiva di sublime e grottesco, tragico e comico, sapientemente vibrata tra confessione e memoriale, resoconto diaristico, descrizione cronachistica e invenzione fantastica. Vi è tanta indicibile verità, tanta poesia nella scrittura di Permunian. Poesia vera, che sboccia improvvisa, come un fiore del caso, nel padule del mondo: «E così in certe sere di novembre, quando fuori ulula il vento che scende dai monti e increspa le onde del Garda, io ho la netta sensazione di udire nell’aria i lamenti dei miei amici mentre si addentrano nelle tenebre. Tra loro c’è sempre qualcuno, ho notato, che piange o singhiozza. E qualcun altro che impreca e bestemmia peggio d’un turco, ma alla fine tutti quanti – dal primo all’ultimo – si disperdono e dissolvono tra le gelide nebbie dell’oblio».

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La scheda del libro: “Elogio dell’aberrazione e altre piccole infamie “di Francesco Permunian (Ponte alle Grazie) –  nuova edizione

Elogio dell'aberrazione. Nuova ediz. - Francesco Permunian - copertinaTito Maria Imperiale, meglio noto come el sior Titìn per via della bassa statura, vicecapocronista e firma illustre dell’«Eco del Garda», si apre ai lettori rivelando le proprie ossessioni private, a cominciare dalle perversioni condivise con la moglie che l’ha da poco abbandonato. Nel farlo, svergogna il mondo provinciale che lo circonda: un mondo di egoismo e vacuità, noia e dissipazione, in cui tutti nascondono una depravazione e l’unica smorfia etica è un moralismo ipocrita; in cui c’è chi gira un sequel del Salò di Pasolini nei luoghi reali della Repubblica Sociale e chi, nostalgico, insegna agli eredi motivetti del Ventennio.
Francesco Permunian ci trascina di nuovo nel suo teatrino dell’assurdo affollato di marionette farneticanti. L’aberrazione e la turpitudine diventano in questo Elogio neutre manifestazioni di una società priva di rotta, in cui non pare concepibile trovare un indirizzo né un senso che sorpassino l’istante. Nelle grottesche avventure dei protagonisti, riportate da un narratore non sempre affidabile, alla satira esplicita e asperrima si uniscono un’ironia più sottile e un’amarezza di sfondo: Elogio dell’aberrazione è un pugno in faccia che si prende ridendo.

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Francesco Permunian (Cavarzere, 1951) vive e lavora da molti anni sul lago di Garda. Ha pubblicato diversi libri, tra cui Costellazioni del crepuscolo (Il Saggiatore, 2017), Sillabario dell’amor crudele (Chiarelettere, 2019, Premio Dessì), Giorni di collera e di annientamento (Ponte alle Grazie, 2021), Elogio dell’aberrazione (Ponte alle Grazie, 2022). Su di lui e sulle sue opere hanno scritto i maggiori critici italiani.

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