Chi ha paura di vedersi crescere il naso?

di Maria Paola Saci

Il 24 novembre 1826 nacque a Firenze Carlo Lorenzini, nom de plume Collodi. E’  primogenito di Domenico, originario di Cortona, cuoco del marchese Carlo Leopoldo Ginori Lisci, e di Angiolina Orzali, figlia del fattore dei marchesi Garzoni Venturi, nata a Veneri, frazione di Collodi. La scelta dello pseudonimo non fu, dunque, casuale: è il nome del paese di nascita della madre, ai confini tra le province di Lucca e Pistoia, un luogo già deputato al bello e alla fantasia. A Collodi infatti Carlo aveva vissuto da bambino e conosciuto i giardini incantati di Villa Guerzoni, nella quale il nonno era fattore e il padre giardiniere. La Villa e il giardino rappresentano uno straordinario esempio del gusto fastoso dei giardini italiani nel XVII secolo, con i giochi d’acqua, le statue, il labirinto, il verde topiato. Nel Settecento vi intervenne l’estroso illuminista Ottavino Diodati, traduttore dell’Encyclopédie. In qualche stanza del piano nobile si dice che avesse soggiornato Napoleone e Carlo Collodi, nipote del fattore, dev’essere stato così colpito dalla favolosa bellezza del luogo e dalla sua storia da voler diventare Collodi.

#3e3f3e;”>Nessuno si stupirà, visti i tempi e i modesti natali, che la sua formazione sia avvenuta in seminario, per lui fu quello di Colle di Val d’Elsa. Nell’agosto 1842 decise di uscirne per frequentare il corso di retorica e filosofia delle Scuole pie di san Giovannino a Firenze. Alla fine del corso, nel 1844, trovò un impiego nella libreria Piatti di Firenze. Qui comincia l’avventura intellettuale e politica del Nostro. La libreria è anche una casa editrice, riunisce l’ambiente liberale fiorentino e il giovane non ancora Collodi inizia a partecipare alle riviste edite da Piatti, stringe amicizia con eruditi come Giuseppe Aiazzi e scrittori di animo risolutamente risorgimentale come Giovanni Battista Niccolini (1782-1861), drammaturgo repubblicano e amico di Ugo Foscolo. Nel 1848, durante la Prima guerra di Indipendenza, volontario nel Battaglione toscano, combatte a Montanara: una sconfitta a metà, perché proprio l’eroica resistenza dei contingenti Toscano e Napoletano consentirono all’esercito sabaudo di riorganizzarsi rapidamente e vincere a Goito.

#3e3f3e;”>Chiusa la parentesi eroica, si apre quella prosaica della ricerca del lavoro, resa necessaria dalle condizioni economiche familiari alla morte del padre. Diventa – con poco entusiasmo – segretario del Senato toscano, finché dura.

#3e3f3e;”>Cambierà molti impieghi nel corso della vita, senza mai adattarsi a nessuno; tutto sommato, il lavoro gli garba poco. In compenso molto gli piace scrivere, per anni collaborerà – avendo colleghi del calibro di Tommaseo, Giusti e Bonghi – come recensore, cronista e elzevirista a riviste di musica, letteratura, teatro. Scriverà diverse opere teatrali, rappresentate con scarso successo o non rappresentate. Poligrafo scatenato e scrittore di stile arguto ed elegante, si lancerà, con grande successo, nei generi più vari, da una guida per un viaggio in ferrovia da Firenze a Livorno, a un romanzo, #3e3f3e;”>I misteri di Firenze#3e3f3e;”>, parodia dei #3e3f3e;”>Misteri di Parigi#3e3f3e;”> di #3e3f3e;”>Eugène#3e3f3e;”> Sue. Unico tratto comune, nella varietà dei generi, è la lingua, naturale, vivace, sempre vicina al parlato, sempre lontana da quella “favella toscana ch’è sì sciocca/ nel manzonismo degli stenterelli” per dirla con Carducci. #684d3c;”>
F
#3e3f3e;”>u segretario di una compagnia teatrale, ebbe un prevedibilmente infelice amore con una cantante d’opera e nel ’59 ritornò in guerra, stavolta nell’esercito sabaudo.

#3e3f3e;”>Come per molti della sua generazione, l’armistizio di Villafranca (1859) fu una doccia gelata. Deluso, riprese l’attività giornalistica, ormai su posizioni più moderate e annessionistiche. Condusse la battaglia dalle pagine del giornale #3e3f3e;”>La Nazione#3e3f3e;”> e accettò l’ennesimo impiego frustrante e indesiderato, nella commissione di censura teatrale (1860). Poi, fino al 1875, altre collaborazioni giornalistiche, qualche avanzamento negli impieghi, pubblicazioni in volume di racconti e cronache umoristiche scritti nel corso del tempo, paragonati per lo stile, a quello dei Macchiaioli. Rimando il lettore desideroso di saperne di più all’accuratissima voce di D. Proietti nel #3e3f3e;”>Dizionario biografico degli italiani#3e3f3e;”> che è accessibile on line.

#3e3f3e;”>E adesso mi prende la fretta#3e3f3e;”>: dopo tanto girovagare tra seminari, guerre, teatri, impiegucci, riviste e giornali, siamo finalmente in vista di #3e3f3e;”>Pinocchio#3e3f3e;”>.

#3e3f3e;”>Nel 1875, l’editrice scolastica Fratelli Paggi gli commissiona la traduzione dei #3e3f3e;”>Contes#3e3f3e;”> e le #3e3f3e;”>Histoires#3e3f3e;”> di Charles Perrault, nonché le favole della Contessa di Aulnoy e di Jeanne-Marie Le Prince de Beaumont. La sua versione è condotta con leggere variazioni rispetto agli originali e con stile piano ed elegantissimo: uscì l’anno seguente con il titolo #3e3f3e;”>Racconti delle fate#3e3f3e;”> «e le illustrazioni di E. Mazzanti». Da questa traduzione alla composizione del libro più tradotto dopo la Bibbia – #3e3f3e;”>Pinocchio#3e3f3e;”>, appunto – il passo non è così breve, ma indosseremo gli stivali delle sette leghe.

#3e3f3e;”>Libri scolastici scritti in stile colloquiale e giocoso e di grande diffusione, romanzi pedagogici quali #3e3f3e;”>Giannettino #3e3f3e;”>e #3e3f3e;”>Minuzzolo#3e3f3e;”> gli fruttano la nomina a cavaliere della Corona d’Italia e un lavoro che sembra finalmente piacergli: compilare i libri di testo per le scuole fiorentine.

#3e3f3e;”>Nel 1881, di malavoglia, accetta di collaborare a #3e3f3e;”>Il giornale per i bambini#3e3f3e;”> con una storia a puntate, #3e3f3e;”>Le avventure di Pinocchio#3e3f3e;”>. 15 puntate. E al cap. XV Pinocchio muore impiccato dal Gatto e la Volpe. Fine della storia.

#3e3f3e;”>Conan Doyle non poté uccidere Sherlock Holmes, pur essendone stufo marcio, lo sappiamo. E ricodatevi di #3e3f3e;”>Melody non deve morire. #3e3f3e;”>Così Collodi fu costretto a continuare e arrivò al – famigerato – capitolo XXXVI, che tutti conoscete, in cui il burattino terribile diventa un bambino.

#3e3f3e;”>Qui casca l’asino. (#3e3f3e;”>Scusate la prevedibile battuta. Non ho resisteto#3e3f3e;”>). Se infatti proprio #3e3f3e;”>Pinocchio#3e3f3e;”> ha conosciuto infinite traduzioni, trasposizioni filmiche, televisive, cartoni (tremenda la serie giapponese, ma stranamente brutto anche quello di Disney, dal décor più svizzero che toscano), se è stato trasformato in pupazzi e pupazzetti, souvenir e non so cos’altro, studiato da pedagogisti, filosofi, critici letterari, semiotici, politologi e forse anche da falegnami, è sull’ultimo capitolo che si scatenò una ridda critica che non si placa. All’uscita in volume, solo un anno prima del #3e3f3e;”>Cuore #3e3f3e;”>di De Amicis (1886), il finale edificante non suscitò molto scalpore. Bisognava “fatta l’Italia fare gli italiani”; meritoriamente, sebbene non proprio veridicamente, si individuava nella scuola il mezzo privilegiato allo scopo; beh, si capisce che non si mirasse a farne dei discoli! (Benché poi la storia della nazione…)

#3e3f3e;”>Ma le cose cambiano. Generazioni di aspiranti pinocchi, o #3e3f3e;”>soi-disant#3e3f3e;”> tali, si sentirono tradite da quel #3e3f3e;”>rappel à l’ordre#3e3f3e;”>. Piccolo borghese, fariseo, ipocrita, tardo romantico, traditore. Un lettore raffinatissimo come Emilio Garroni, maestro di estetica e semiotica, nel suo #3e3f3e;”>Pinocchio uno e bino#3e3f3e;”>, superò la annosa #3e3f3e;”>querell#3e3f3e;”>e argomentando l’esistenza di due libri di Pinocchio: nel primo, l’eroe eponimo muore nel XV capitolo e lì il libro finisce; nel secondo, di XXXVI capitoli, si trasforma in un bambino e la metamorfosi permette di riformulare l’impiccagione in termini simbolici. Ho accennato rozzamente ai complessi contenuti del testo, ma neppure questa fine analisi, condotta con gli strumenti della narratologia, della critica psicanalitica etc. nonostante il prestigio dell’autore, ebbe il potere di placare gli animi.

#3e3f3e;”>Cercheremo altrove qualche spiegazione. E’ opinione diffusa che #3e3f3e;”>Le avventure di Pinocchio#3e3f3e;”> siano una sorta di romanzo di formazione. Non condivido. Pinocchio non cresce, rinasce bambino grazie a una totale metamorfosi, come quelle descritte da Ovidio, che non conseguono a un percorso di formazione ma vengono operate da un agente esterno, una divinità, qui la Fata dai capelli turchini, come risultato della volontà (arbitraria) di punire o gratificare o salvare il destinatario della metamorfizzazione. L’esempio più vicino a Pinocchio, e al quale senz’altro Collodi si è ispirato, è #3e3f3e;”>La metamorfosi#3e3f3e;”> o #3e3f3e;”>L’asino d’oro#3e3f3e;”> di Apuleio (II secolo dopo Cristo o dell’Era Comune). Anche lì il personaggio principale, Lucio, il nome sarà riecheggiato in quello di Lucilio, compagno di asinità di Pinocchio, viene trasformato in asino e potrà riprendere la forma umana, dopo inenarrabili e spesso divertenti peripezie, solo grazie a un #3e3f3e;”>deus#3e3f3e;”>, anzi, #3e3f3e;”>dea ex machina#3e3f3e;”>: la grande Iside, che lo salva facendogli mangiare una corona di rose, antidoto alla pozione che l’ha trasformato in bestia, ai cui misteri si inizierà fino a divenirne grande sacerdote. Qui, però, riporta Lucio c’è la doppia trasformazione (uomo-asino asino-uomo) … la cui colpa è chiara: #3e3f3e;”>curiositas vana#3e3f3e;”>, alla sua forma originaria, o quasi. Lucio infatti non solo diventerà di nuovo uomo, ma un essere umano nuovo, in quanto iniziato ai misteri della grande dea e purificato delle sue debolezze umane. #3e3f3e;”>Curiositas in primis#3e3f3e;”>, che, comunque, per l’avvocato, filosofo e mago Apuleio, non doveva essere, in sé, tanto negativa!

#3e3f3e;”>Pinocchio sarà anche lui un asino e come tale correrà gravi pericoli, poi si ritrasformerà in burattino di legno con l’ausilio dei pesci del mare, come tale finirà nel ventre della balena e, uscitone insieme a Geppetto (anche lui finito là nel tentativo di cercare l’amato figlio di legno) scoprirà di avere un cuore, non di legno, e si guadagnerà la promozione a bambino in carne ed ossa. Ma si tratta di un cambio di sentimenti, non di una maturazione e di un lento passaggio all’età adulta. Quale sarà il suo destino in questa nuova veste sta al lettore immaginare. Non è poi detto che debba diventare come l’Enrico Bottini del libro #3e3f3e;”>Cuore#3e3f3e;”>. Del resto, se come romanzo di formazione si vuole leggerlo, già l’indiscusso capostipite del genere, il #3e3f3e;”>Wilhelm Meisters#3e3f3e;”> di Goethe, partito da una incoercibile e poco borghese passione per il teatro, iniziata, guarda un po’, proprio da un infantile teatro di marionette, dopo migliaia di pagine di infinito fascino e complessità, capirà che la sua vocazione non è quella del teatrante e diverrà un buon medico, adeguatamente filantropico ma pur sempre sospetto di filisteismo. Non possiamo perdonare a un povero pezzo di legno di paese quel che perdoniamo di cuore a un giovane borghese scapestrato? E che penseremo del brutto anatroccolo quando si trasforma in un cigno superbo?

#3e3f3e;”>D’altra parte, l’estrema originalità dell’invenzione di Collodi porta con sé alcune conseguenze. I protagonisti delle favole sono tradizionalmente animali parlanti; nelle fiabe invece incontriamo bambini e bambine in carne e ossa, spesso abbandonati o privi di genitori ma, comunque, da qualcuno sono nati; così pure nei romanzi di Dickens o di Florence Montgomery i protagonisti magari sono orfani ma dei genitori devono essere esistiti! Fanno eccezione alcuni racconti di Hans Christian Andersen, i cui protagonisti, parlanti e senzienti, sono giocattoli; o, a un altro livello, i racconti fantastici di Hoffmann, con i suoi automi e bambole parlanti, più affascinanti degli esseri reali; oppure la creazione di Frankenstein, un mostro roussoiano generato dal delirio misogino di uno scienziato psicopatico affetto da delirio titanico. Questi, come Pinocchio, non sono nati-di-donna. Ma la particolarità del nostro burattino è che, pur non potendo vantare (si fa per dire) ascendenze umane non è neppure un figlio della meccanica o della scienza. E’ a suo modo un figlio della natura: un pezzo di legno che sarà stato un albero.

#3e3f3e;”>Per magici motivi – che né mastro Ciliegia né Geppetto – si curano di investigare, si muove, parla e sente come un essere umano. Dunque non ha, da questo punto di vista, alcun predecessore. Condivide con molti altri protagonisti di storie per bambini (e non) il desiderio di avere una madre; in compenso trova un padre putativo, un falegname, vedi caso. Da questa peculiarità, eccezionale persino nel mondo della narrativa fantastica, deriva l’ambiguità costante dei suoi comportamenti, il suo essere, e non essere, figlio, umano, burattino. Forse, per dirla con Rodari, quando parlava delle fiabe tradizionali, la sua storia risale alla più lontana preistoria.

#3e3f3e;”>Torniamo a Lorenzini. #3e3f3e;”>Il libro delle avventure di Pinocchio#3e3f3e;”>, uscito nel 1883, conobbe altre cinque edizioni prima della morte del suo autore, il quale non parve occuparsene tanto, né trarne grande gioia; dopo la morte della madre, con la quale ancora viveva, nel 1887, si era accentuata la sua solitudine, divenuta quasi misantropia, e la salute ne risentiva. Morì all’improvviso nel 1890.

#3e3f3e;”>Pinocchio invece continuava a correre ormai per le strade del mondo.

#3e3f3e;”>In cosa risiedono le ragioni di un così universale successo? Distinguerei intanto tra il successo nazionale e quello internazionale o diciamo meglio universale. Come poté, e può ancora, la storia di un pezzo di legno toscano interessare ai lettori giapponesi, africani, americani e via elencando?

#3e3f3e;”>Elementi comuni ne esistono, ma non vanno trascurate le differenze. Intanto, la lingua. In Italia era in corso, come sempre, una “questione della lingua”. Collodi si colloca in una posizione privilegiata: riesce a scrivere nella lingua dell’uso (o quanto inusuale nella letteratura coeva e non!) senza paludamenti eruditi ma anche senza vistosi slittamenti regionalistici o birignao infantilisti. Ovvio che questo non è di nessun interesse né rilevanza per il traduttore in qualsiasi altra lingua. Poi la questione politico sociale. Non sembra a tutti ovvio che Collodi soprattutto attraverso Pinocchio esprime il suo fastidio per quell’Italia postunitaria, popolata di Gatti e di Volpi, di giudici scimmie che incarcerano i gonzi e non i malvagi, che schiacciano i Geppetti poveri e consentono agli Omini di burro di strappare i bambini dalle scuole per trasformarli in asini da soma (un primo esperimento di scuola-lavoro?), che uccidono i ribelli fantasiosi che – come lui stesso- non vogliono lavorare come Api industriose etc. etc. Casomai, si adatteranno a lavori pesanti e brutali se a chiederlo è una madre fata, finalmente ritrovata, seppur sotto un ennesimo travestimento. Sin dai primi passi, d’altro canto, Pinocchio evidenzia una coscienza di classe, sia pur allo stato embrionale, rifiutando di accettare come naturale il destino assegnatogli dall’ ideologia borghese di mangiare bucce di pera invece che pera.

#3e3f3e;”> Il grido di Pinocchio e del suo inventore è lo stesso urlo che si alzava da più parti, in quegli anni, dai delusi che avevano rischiato la pelle in battaglie che oggi ci sembrano da romanza sentimentale ma invece costarono sangue vero, come tutte le guerre. E ancor più costò la restaurazione savoiarda, almeno in termini di disillusioni. Collodi sembra congedarsi – con Pinocchio appunto – dalle nobili illusioni. Scegliete il grigiore sabaudo? nessuno giocherà più, né finirà in frittura o nella pancia del mostro. Addio: Pinocchio finisce impiccato o, se proprio insistete, morirà la sua natura anarchica.

#3e3f3e;”>Come potrebbe riconoscere questo sottotema, chessò, un lettore giapponese? I giapponesi o inglesi che lo leggono saranno piuttosto inclini a infilare questa storia nel ricco filone ottocentesco della letteratura per l’infanzia, tra il romanzo realista alla #3e3f3e;”>Incompreso#3e3f3e;”> o alla #3e3f3e;”>Oliver Twist#3e3f3e;”> e la favola esopica, con gli animali parlanti, le peripezie più incredibili e la morale educativa finale. Attenti, bambini! Se dite le bugie vi crescerà il naso. Un catalogo di pedagogia al negativo, con redenzione.

#3e3f3e;”>Ma, alla faccia degli adulti, della loro pedagogia normalizzatrice e classificatoria (certo Pinocchio doveva avere un disturbo dell’attenzione), dei loro intenti edificatori e vittorian-sabaudi, aldilà delle diversità di lingue, colori e culture, i bambini di tutte le latitudini sanno riconoscere i gendarmi baffuti, le scimmie giudicanti, gli omini di burro, gli assassini e gli untuosi venditori di balle che popolano tutti i continenti. Sanno riconoscerli, ne hanno paura, se ne prendono gioco e si identificano con Pinocchio, povero pezzo di legno, che cade ingenuamente nelle loro trappole ma corre sempre più veloce dei suoi inseguitori.

#3e3f3e;”>POST SCRIPTUM

#3e3f3e;”>Non so quante copie si vendano oggi, nel mondo e in Italia, delle #3e3f3e;”>Avventure di Pinocchio#3e3f3e;”>. Temo non molte. Eppure, credo che mai quanto oggi sarebbe opportuno che le giovani generazioni lo leggessero, come una guida storica. Insieme a #3e3f3e;”>I promessi sposi#3e3f3e;”> contengono in nuce non solo la storia e l’antropologia della nostra penisola, ma raccontano a tutti come va spesso il mondo… voglio dire, come andava nel secolo decimonono.

 

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

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