Oltre l’Ubuntu. L’esperienza e le sfide dell’umanismo in Uganda

L’Africa è sicuramente il continente meno “ateo”, ma che è attraversato a sua volta dalle prime brezze della secolarizzazione e, quindi, anche dalle dure reazioni confessionali e dalla repressione da parte delle autorità. Paolo Ferrarini ne ha parlato con il direttore di UHASSO (Ugandan Humanist Association) Kato Mukasa, attivista per i diritti e la laicità, offrendo una panoramica della situazione sul numero 4/22 di Nessun Dogma.


Laicità, come ben sappiamo, è una parola la cui definizione può essere sfuggente, perché muta a seconda della storia, dei contesti politici, delle varie concezioni di stato e società, e delle particolari sfide e minacce che si trova ad affrontare concretamente nei diversi paesi. È affascinante quindi studiare come questo concetto si declini in realtà lontane dalla nostra, in particolare quando il paesaggio culturale è complesso e in evoluzione. In paesi come l’Uganda, per esempio, l’idea stessa di stato può essere problematica, in quanto modello e prodotto di un passato coloniale ancora non elaborato: non è necessariamente chiaro che cosa renda “ugandesi” un coacervo di popolazioni nilotiche, bantu e centro-sudaniche racchiuse in confini tracciati da potenze straniere, a formare una repubblica presidenziale che ingloba una monarchia tradizionale, quella della tribù dominante dei Buganda, il cui nome distorto dai colonialisti è diventato il nome ufficiale del paese.

Insieme ai modelli di organizzazione politica, l’Uganda ha importato, negli ultimi decenni dell’ottocento, i monoteismi, a partire dall’islam per poi proseguire con le varie denominazioni di cristianesimo. Oggi la popolazione si divide grosso modo fra cattolici (39%), anglicani (32%), musulmani (14%) e pentecostali (11%). Ma naturalmente continuano a esistere e coesistere centinaia di credenze ancestrali e culti di dei associati alle varie tribù, generando sincretismi a volte esilaranti, a volte estremamente pericolosi.

La guerra civile più brutale e sanguinaria, formalmente ancora non conclusa, è stata scatenata nel nord del paese da Joseph Kony, leader di una setta cristiana fondamentalista con un braccio armato denominato Lra, Lord’s resistance army, noto per rapire bambini e bambine da mandare al macello e/o stuprare in nome di un’utopia cristiana in salsa animista, un regno magico dove questi bambini soldato erano costretti ad atti di sconvolgente violenza, come uccidere i propri genitori, e venivano inviati a compiere attentati terroristici armati di acqua santa come difesa dai proiettili nemici, tattica successivamente dismessa per motivi tecnici.

Ma riti tradizionali come la divinazione coesistevano tranquillamente anche con la fede islamica del dittatore Idi Amin, uno psicopatico egomaniaco che tra il 1971 e il ’79 aveva instaurato un regno del terrore, trucidando e vantandosi di consumare le carni dei suoi oppositori. Nei suoi deliri paranoici si rivolgeva a santoni locali per responsi su quali fossero i nemici da prendere di mira, e nel ’72 dichiarò di aver ricevuto istruzioni in sogno direttamente da Dio di espellere tutti gli asiatici dal paese.

Quanto le credenze soprannaturali facciano parte integrante della psiche nazionale è rispecchiato anche nel motto dell’Uganda che, alla faccia della laicità formalmente sancita nella costituzione del 1995, recita: «For God and my country» (Per Dio e la mia patria). Prevedibilmente, gli attacchi alla laicità sono onnipresenti: in molte scuole la preghiera è obbligatoria e per iscriversi può essere necessario indicare la propria affiliazione religiosa, pena la squalifica; per ottenere alcuni lavori è esplicitamente richiesta la raccomandazione del parroco; il parlamento spesso vota leggi che assecondano il sentimento religioso anziché essere basate su argomentazioni di tipo razionale; i partiti politici si dividono lungo le linee di affiliazione religiosa; le associazioni confessionali ottengono sempre più finanziamenti pubblici perché, nelle schiette dichiarazioni del presidente Museveni: «Le religioni aiutano lo stato a tenere sotto controllo le menti dei cittadini, mentre noi possiamo soltanto tenerne sotto controllo i corpi».

Eppure ci occupiamo di Uganda perché dal punto di vista dell’agire laico è un paese da tenere d’occhio, essendo diventato negli ultimi decenni l’epicentro di un effervescente attivismo, con la presenza sul territorio di resilienti associazioni femministe, Lgbt+ e umaniste. Nel 2004 Kampala ha persino ospitato la prima conferenza dell’Iheu in Africa col titolo: “Humanist vision for Africa”. All’ultima assemblea generale di Humanists international a Glasgow, incontriamo Kato Mukasa, direttore di Uhasso (Ugandan humanist association) a cui fanno riferimento ben 30 organizzazioni e 15 scuole umaniste. Kato è un avvocato che da 20 anni dedica la carriera ai diritti degli emarginati, ed è stato membro del direttivo della stessa Humanists international. Nel 2007 ha fondato la Humanist association for leadership, equity and accountability (Halea) un’associazione impegnata nella promozione del pensiero critico e dei diritti umani, con dibattiti mensili dove possono confrontarsi credenti e non credenti.

«Purtroppo – esordisce Kato – in queste settimane mi vedo costretto a cercare asilo politico, perché dopo la pubblicazione del mio ultimo libro, Stolen legitimacy, sono nei guai con il governo ugandese. Già in passato sono stato vittima di aggressioni anonime per il mio attivismo. Per esempio, nel 2014 mi hanno bruciato l’auto. Ma questa volta mi stanno cercando per aver criticato la dittatura militare di Museveni e gli effetti devastanti che sta avendo sulle istituzioni e sull’economia del paese dopo 36 anni ininterrotti di malgoverno. Rischio l’arresto. Nel frattempo, questo periodo di esilio mi ha dato modo di pubblicare un altro libro, Song of an infidel, che avevo scritto nel lontano 2008. All’epoca avevo troppa paura delle conseguenze che avrei subito per un libro sull’esperienza di essere ateo e libero pensatore in Uganda. È il mio settimo libro. Ritengo essenziale questo lavoro di pubblicazione, perché c’è bisogno di voci critiche, dissidenti, che non abbiano paura di informare, attaccare i tabù e denunciare come e perché milioni di persone in Africa sono succubi della religione, al punto da dedicare più tempo ed energie al culto che al lavoro.»

«Su quali aspetti si concentra l’impegno delle associazioni umaniste in Uganda?»

«I problemi del paese sono numerosi. Una vittoria importante che abbiamo ottenuto nel 2006 è stata la messa al bando delle punizioni corporali nelle scuole, e ancora, nel 2010, della mutilazione genitale femminile. Ma resta moltissimo lavoro da fare per la tutela dei diritti della donna. In primo luogo, le donne non hanno diritto alla proprietà terriera. In secondo luogo, il patriarcato è causa di situazioni degradanti, come la poliginia o il fatto di dover accettare molestie sessuali per ottenere un posto di lavoro, e poi esiste un forte stigma sulla prostituzione. È anche illegale per una donna restare incinta al di fuori del matrimonio, con conseguenze tragiche sull’emarginazione di questi membri della società. Siamo anche al fianco di donne accusate di stregoneria e degli individui affetti da albinismo, vittime di un pericoloso retaggio di superstizione. Sono tutte leggi che sfidiamo attraverso le nostre campagne e in parlamento».

«Anni fa l’Uganda è balzata agli onori delle cronache internazionali per uno scandalo che ha colpito la comunità Lgbt+. Un tabloid ugandese, il Rolling Stone, aveva pubblicato nomi e foto di 100 persone accusate di essere omosessuali, facendo esplicito appello alla loro esecuzione sommaria. Fra questi c’erano noti attivisti come David Kato e Kasha Navagasera. Nonostante le associazioni abbiano vinto una causa contro la rivista, David Kato è stato rintracciato e ucciso. Come vi muovete nella lotta contro l’omofobia, in circostanze così violente?»

«L’omosessualità è un tema a cui sono particolarmente sensibile, perché ho un fratello gemello gay che ha dovuto lasciare il paese nel 2018. In quegli anni, 2012-2013, su pressione dei gruppi religiosi, i pentecostali in particolare, è stata discussa e approvata una terribile legge omofoba, l’Anti-homosexuality act. In pratica, se un insegnante fosse venuto a conoscenza del fatto che uno studente era gay sarebbe stato tenuto a denunciarlo e farlo arrestare. Lo stesso avrebbero dovuto fare medici o avvocati con pazienti e clienti gay. Persino i genitori avrebbero dovuto denunciare i figli gay. E la legge invocava per questi soggetti la pena di morte. Noi abbiamo fatto campagne informative e siamo andati in tribunale per sfidare la legge. Alla fine, per fortuna, la legge è stata dichiarata incostituzionale dalla corte suprema, ma per un cavillo tecnico, non per questioni di merito. L’odio nei confronti della comunità Lgbt+ era feroce, in quel periodo. Per il solo fatto di aver seguito questa causa, io stesso sono stato tacciato di immoralità e ho perso diversi clienti e contratti. Il fatto è che in Africa circolano tantissime assurde teorie della cospirazione sull’omosessualità.

Teorie secondo cui ai ragazzi verrebbe insegnato a essere gay, o verrebbero pagati per i loro comportamenti sessuali… La prevalente vulgata panafricana poi, sostiene che l’omosessualità sia un costume importato dai bianchi. L’ironia e l’evidente contraddizione di questo argomento è che la legge antisodomia presente nel nostro codice penale è di origine coloniale, essendo basata sulla Section 377 del codice penale britannico dell’epoca, che recita: «Chiunque abbia volontariamente rapporti carnali contro l’ordine naturale con qualsiasi uomo, donna o animale sarà punito con la reclusione a vita o per un periodo fino a 10 anni».

Com’è quindi possibile che chi ci ha imposto una legge omofoba ci abbia allo stesso tempo imposto l’omosessualità? La realtà non potrebbe essere più diversa. Come documento in una serie di video e in un libro dedicato a smontare questi miti, l’omosessualità è storicamente attestata in Uganda e in molti altri paesi africani prima dell’arrivo del colonizzatore. Per esempio, re Mwanga era notoriamente omosessuale, e aveva rapporti con i servitori alla sua corte. Accerchiato dai missionari cristiani a cui opponeva forte resistenza, nel 1885 arrivò a bruciare vivi una ventina di giovani neoconvertiti che avevano rifiutato di sottostare ai suoi desideri, dopo avere “appreso” dai missionari che fare sesso con il re era un atto immorale. Ma si possono anche citare i soldati zulu del Sud Africa, che asserivano la propria mascolinità sostituendo le donne con dei giovani ragazzi: il comandante Nongoloza Mathebula ordinò addirittura che i suoi soldati si astenessero completamente dalle donne per portarsi in missione soltanto i loro ragazzi-moglie. O ancora, in Ghana esistevano forme di convivenza fra sole donne. Tutto questo non è stato importato dall’occidente. Certo, gli omosessuali erano spesso considerati elementi “inutili” della società, ma non per questo venivano puniti, né tanto meno messi a morte.»

«Enfatizzi sempre molto l’importanza dell’istruzione. Mi parli delle scuole umaniste attive nel paese?»

«I primi progetti risalgono già alla metà degli anni ‘90, con le scuole Isaac Newton high school, Mustard seed and Fair view secondary school. Sono istituti situati prevalentemente in zone rurali, perché lo scopo è quello di dare accesso all’istruzione anche ai bambini più svantaggiati. Ciò significa che queste scuole, rispetto agli istituti privati religiosi, operano in perdita, e hanno costantemente bisogno di finanziamenti da parte delle associazioni umaniste internazionali. Oltre a materie volte all’orientamento professionale, insegniamo valori come il pensiero critico, i diritti umani, la consapevolezza ambientale, l’etica, l’umiltà, e ad avere una prospettiva globale. Insegniamo religioni comparate e appendiamo messaggi umanisti nei nostri campus. Formiamo anche celebranti umanisti.

Io sono cofondatore del Pearl vocational training college, dove accogliamo soggetti vulnerabili e marginalizzati, come orfani positivi all’hiv, bambini indigenti, donne vedove o abbandonate, ragazze madri criminalizzate per essere rimaste incinte fuori dal matrimonio, e altre categorie di persone perseguitate per essere “immorali”, come i membri della comunità Lgbt+. A tutte queste persone diamo la possibilità di ricevere un’istruzione laica. La nostra filosofia è insegnare a porre domande essenziali, nel rispetto del metodo scientifico. Non siamo in guerra con Allah, Dio o gli dei, quindi non spingiamo gli studenti a ripudiare le loro credenze, li aiutiamo solo a capire come funzionano le religioni, incoraggiando il pensiero libero e critico, senza imporre dogmi. Crediamo che stimolando gli studenti a ragionare, le abilità pratiche che apprenderanno dentro e fuori dall’aula consentiranno loro di vivere meglio e dare un contributo positivo alla comunità.»

«La filosofia umanista può essere considerata un altro prodotto di importazione occidentale?»

«Esiste una versione africana dell’umanismo. Si chiama Ubuntu, un termine che significa semplicemente essere “umano”. Letteralmente, c’è chi lo traduce come «io sono poiché noi siamo», esprimendo quindi l’idea di un legame universale, qualcosa di condiviso da tutta l’umanità. La differenza, rispetto al concetto moderno di umanismo è che l’Ubuntu è comunque espressione di una spiritualità di tipo religioso. Certo, come attivista umanista vengo spesso accusato di essere anti-africano, o anti-nero. Ma a queste persone rispondo che io sono soltanto anti-stupidità. E non mi faccio remore a usare la parola “arretrato”. Penso che quando ci odiamo e ci uccidiamo a vicenda nel nome di dei inesistenti, siamo arretrati.

E questo va detto. Quando vuoi avere dieci mogli, sei arretrato. Quando vuoi impedire alle donne di avere delle proprietà, sei arretrato. Quando chiedi la pena di morte per chi ama in modo diverso da te, sei arretrato. L’Uganda è un paese ricchissimo di risorse. Perché allora siamo così poveri? Perché non usiamo la ragione. Lasciamo che siano dei immaginari a fare i ragionamenti per noi. Mettiamo questi dei prima di tutto. Ma se anch’io lo avessi fatto, se avessi portato mio figlio in chiesa a ricevere un po’ di acqua benedetta quando ha cominciato a soffrire di diabete, a quest’ora sarebbe morto e sepolto. Perché queste sono le conseguenze reali della religione, in Africa. La religione ci uccide. Ci spezza. E ci divide.»

Paolo Ferrarini

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